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16 août 2013 5 16 /08 /août /2013 15:12

Le città degli affetti

Si ritiene che questa conversazione, a lungo perduta, sia avvenuta tra il Gran Kan e Marco. Secondo altre interpretazioni sarebbe un sogno. Più probabilmente, sono accadute entrambe le cose.

 

Chiese a Marco Kublai:

- Che mi dici della città degli affetti? Ve n’è una? Dove si trova? O tale luogo non esiste?

Marco fissò il Kan, increspò un attimo le labbra prima di rispondere, facendo fiorire un piccolo sorriso.

- Sì che esiste, ma non si tratta di una città; ve ne sono innumerevoli. Sono tutte simili, pure hanno particolarità diverse.

Incuriosito, ribattè il Kan:

- È cosa che si può descrivere, o sfugge all’umana comprensione?

E Polo:

- Tenterò. Sono città interiori, esse esistono nell’anima e possiamo dire da sempre. Erano già vecchie quando le città-rovina della Sogdiana non avevano ancora un nome. Se mi chiedi di descriverle, non potrò rispondere nel modo che s’usa con le città ordinarie, perché queste città non lo sono, nè ne rispettano le leggi. Dovrò quindi procedere per accenni, per allusioni; se tentassi di dartene un’immagine precisa, fallirei, perchè esse sono molto di più. Ti darò allora degli sprazzi, degli indizi, apparentemente vaghi, ma avranno la forza di creare nella tua immaginazione mille rappresentazioni ed oltre: ti richiameranno tutto ciò che queste città sono, e non sono.

- Chi vi abita?

- Questo è facile a dirsi. Noi, e chi amiamo. La nostra metà, se esiste e se ci siamo riconosciuti in lei. Ne occupa il centro, la parte interna che è la più splendida; orlata di giardini percorsi da profumi, vi sbocciano fiori ogni giorno. No... non sono i giardini che già conosci, non sono come quelli del tuo palazzo; ma molto più belli. Poi, ci abitano i nostri padri; e i padri dei nostri padri; e i loro padri e così via... E oltre a loro, i nostri familiari; le nostre amicizie, a partire da quelle più care. Ognuno occupa un posto preciso.

Il Kan osservava Marco con grande attenzione. Proseguì Marco:

- Come descriverle queste città? O, come non-descriverle? Non sono città ordinarie. Non hanno strutture consuete, vie, palazzi, parchi, comunque non ne hanno nel modo che ti aspetteresti. Non hanno struttura ma hanno un’architettura.

- Questa architettura, come si definisce? Quali sono le sue fondamenta?

- Non possiamo parlare di fondamenta. Se ne avessero, si sgretolerebbero come quelle delle nostre città, aggredite dai venti del deserto. È l’architettura che le tiene insieme. Non fondamenta, mura, colonne; ma appigli. Talvolta invisibili; ma saldi. Tali città devono e possono resistere a qualsiasi tempesta, anche quelle più forti, incontrollate... le tempeste delle emozioni. Si trova sempre un appiglio per tutte le situazioni, per ogni difficoltà; anche quello non costruito, ma previsto.

Chiese a Marco Kublai:

- C’è sempre un appiglio, dunque? Se è così, perchè spesso gli amori si spengono, gli affetti si disconoscono? Non è questo lo sgretolarsi di cui parlavi prima?

- Ciò avviene perchè non si tratta di ordinarie città, ed è un fallimento nostro, non loro; chè non le comprendiamo. Le città in cui abitiamo vivono da sole; sì, certo, organizzano scambi, commerci con altre. Ma fondamentalmente bastano a se stesse. Vedi, le città di cui ti parlo io invece non bastano a se stesse. Sono resistenti ma delicate... Hanno tutto eppur richiedono un completamento. Esse si completano davvero con le loro gemelle. Ogni città ha un suo specchio; la mia città si specchia innanzitutto in quella della mia amata. Come lo specchio corretto restituisce la stessa immagine che vi perviene e non la altera, così funziona anche per loro. Se alla città non corrisponde una sua gemella, quell’architettura che la definisce pende nel vuoto. Al primo soffio di turbamento del cuore, vacillerà. Ogni sostegno, ogni appiglio ha un suo opposto. Se ne viene a mancare uno il tutto s’indebolisce. La mia città interiore trova senso e rispondenza se la sua gemella la rispecchia. Se così non è l’immagine che ho io della città gemella è diversa da com’è in realtà. E questo vale per ogni persona, per ogni affetto che trova posto nella mia città. Io pure devo trovar posto simmetrico nella città di costui o costei.

Un po’ rabbuiato, chiese quindi il Kan: - Che fare di quegli amori, di quegli affetti che si sono spenti ormai?

Marco sorrise, quasi ad addolcire le parole che andava a pronunciare: - Alcuni, se le loro braci non sono del tutto spente, si possono ravvivare recependo quanto t’ho detto sopra. Ma è un lavoro che non si fa da soli, richiede sforzo e partecipazione di due persone.

- E gli altri? Quelli la cui ultima brace non è più neppure tiepida?

- Quelli... purtroppo quelli ci possono servire come esperienza; per evitare di ricommettere sbagli futuri. Quelle braci inerti, si possono e si devono usare come cemento per rafforzare la nostra città. Anche se, ti dico, non bisogna sottovalutarne la vitalità. Ho visto ciò che sembrava cenere spenta, insensibile al tatto, ravvivarsi con un soffio profondo. Ma, come ti dicevo, si tratta d’un soffio gemello, deve provenire in sincronia da due cuori, con un’unica intensità e partecipazione.

- Se ti chiedessi se conosci il segreto per tener vive queste città, potresti rispondermi?

- Esse, affinchè prosperino, devono essere popolate, di una partecipazione viva. Sono città che si animano nel nostro sguardo; non le dobbiamo lasciar giacere in solitudine. Il cerchio degli amati che vi trovano ospitalità deve essere ampio, ma non di convenienza. Queste città vivono in relazione alle loro gemelle nei cuori di chi ci è caro; trascura questo fatto e lentamente scivoleranno tra le sabbie dell’oblio. Esse... ospitano più persone di quanto non si creda. Fioriscono e si espandono secondo bisogno; non sono ristrette nello spazio. Anche il rapporto più formale vi si può collocare. Mio Kan, ti confesso che un’ala della mia città è dedicato a te. Lo dico con innocenza; sentirai che non v’è convenienza nelle mie parole.

Del Gran Kan s’incrinò lo sguardo; si tuffarono nelle braccia l’uno dell’altro.

 

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