Mercredi 14 octobre 2009

Venerdì 21 agosto

 

Le coincidenze esistono? O sono semplicemente i piani stabiliti dalla vita che abbiamo scelto di imparare quando da lassù abbiamo scelto di essere ciò che siamo oggi qui giù?

Una domanda troppo ampia per una piccola, ma molto piacevole coincidenza.

I miei genitori un paio di giorni fa chiacchierando davanti a un gelato con un’altra coppia hanno scoperto che entrambe le figlie erano in Libano. Da lì lo scambio di contatti e la mia chiamata a Jessica.

Siamo entrambe di Milano, 10 minuti di distanza in macchina. La prima volta che ci sentiamo siamo a circa 100 km di distanza l’una dall’altra in un paese a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia. Lei sta seguendo un progetto di cooperazione, parla arabo, rimarrà in Libano per un anno circa.

D’accordo che ci saremmo viste nel week end, mi ributto sul blog in attesa del pranzo a casa dei suoceri di Lara.

La casa dei genitori di Fadi è molto cari na, dal suo balcone si vede il paese in cui vive Lara, idea molto romantica. Sono una bella coppia e sarei davvero felice di essere al loro matrimonio il prossimo agosto.

 

La madre di Fadi ci spiega come cucinare il fattush: insalata con pomodorini, cipolle, spezie e pane simile al nostro sardo carasau. A tavola siamo in 6, si aggiunge infatti il cugino più giovane di Fadi, molto simpatico e concentrato mentre tenta di parlarmi di ciò che conosce dell’Italia in un francese mezzo inglese.

Guardiamo le foto di Fadi e scopro che è stato uno dei tanti bambini adottati a distanza, nel suo caso da un francese molto facoltoso che lo ha invitato a rimanere qualche mese in Francia. Una volta trasferitosi, il richiamo del Libano e soprattutto la mancanza della madre hanno fatto sì che Fadi, ragazzino di 11 anni, tornasse a Beirut e salutasse senza alcun dispiacere il veccho continente. Ora è uno un militare. Uno dei tanti che presidiano le migliaia di posti di blocco sparsi nel paese dei cedri.

Il padre di Fadi è agricoltore, ha un appezzamento di terra non molto lontano da casa. Una volta finito il pranzo si alza e torna con diverse forme di sapone artigianale fatto con le sue mani così come i due barattoli di marmellata alle albicocche che mi porge augurandosi che io riesca a portarli in Italia. Lo farò.

Una famiglia deliziosa, come il cugino che venuto a sapere del mio desiderio di fumare l’arghilè corre in terrazzo a scaldare la carbonella per farmi provare.

Mi aspetta la visita al Villaggio SOS di Sferai e nonostante io stia benissimo e mi senta a casa sono costretta ad andare via. Con il cuore e gli occhi più ricchi di quando sono tornata. Shukran.

 

Il Villaggio SOS di Sferai si presenta perfetto e accogliente, come tutti i Villaggi SOS che ho visto fino a ora nel mondo. Chiacchieriamo con il Direttore, facciamo il giro del parco giochi e non appena accenno il desiderio di entrare in una casa sento i ragazzi e bambini che sussurrano e scattano nelle loro stanze. Ne becco alcuni mentre infilano maglie sotto il letto, altri che nel chiudere velocemente l’armadio rischiano di far cadere l’anta. In realtà c’è un grande ordine, dovrebbero vedere casa mia nei momenti peggiori!

 

Al tramonto Abuna Abdo e io torniamo verso Saint Sauveur. Sulla strada mi propone di andare in un posto a fumare l’arghilè. Sono più che felice di dire di sì, sia per la compagnia che per il programma. Con lui è davvero impossibile annoiarsi.

 

Ci fermiamo davanti a un ristorante molto grande, ma al posto di andare in quella direzione seguiamo la musica che ci porta in una casa piena zeppa di gente vestita a festa e sorridente.

Scopro di essere a una specie di addio al nubilato e in particolare all’addio al nubilato della donna che si sposerà al convento di St Sauveur la domenica successiva.

La serata inizia con un piccolo buffet con tutti i tipi immaginabili di mezze. Le donne sono super agghindate, tacco tra il 12 e il 15, trucco particolarmente marcato, per usare un eufemismo.

Inizia la musica. La futura sposa sembra divertirsi molto. Balla con tutti gli invitati, o quasi. A un certo punto arrivano, come da tradizione, tre musicisti che intonano canzoni tipiche accompagnate dal suono di tamburi.

Qui, come in altri momenti, penso di essere davvero fortunata. Per la prospettiva, il modo, i tempi in cui ho la possibilità di conoscere questo paese. Per le persone che mi accompagnano in questa scoperta. Meravigliosa e continua.

 

Torniamo un po’ stanchi al Centro e Abuna Abdo si precipita al pc per chiudere un paio di lavori. Un uomo instancabile. Io mi fermo con Odha davanti alle finestre che danno al giardino del centro. Chiacchieriamo della sua scelta di vita. Di Padre Abdo. Di me. Di lei.

 

Shukran. Dal profondo del mio cuore.

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Mercredi 14 octobre 2009

Giovedì 20 agosto

 

Oggi giornata impegnativa. Basti sapere che la sveglia è anticipata alle 5. Già..

Dopo una breve doccia al buio di una mattina ancora senza alba, Padre Abdo, Lara e io saltiamo in macchina in direzione Zahlé. Raggiungiamo casa di Rita alle 7:30 circa, dopo aver percorso l’unica strada che collega il Libano con la Siria. Rita è responsabile dei bambini coinvolti nel progetto di adozioni a distanza. Lei ci offre una colazione degna di un pranzo di Natale: decine di tipi di mezze, frutta, verdura. Di tutto. La compagnia si arricchisce inaspettatamente, anche per P. Abdo, della presenza di Moussa, fratello di Rita e milanese di adozione.

È una sensazione strana quella di conoscere in un paese lontano una persona che abita a qualche chilometro da casa tua.. ma è una sensazione che ora so avrei ripetuto, almeno in questo viaggio.

Alla sostanziosa colazione segue una visita allo splendido Foyer de l’Amitié, che Abuna Abdo ha seguito per circa 11 anni e che al momento è seguita da Padre Giorgio.

Tutti coloro con cui ho parlato del Foyer mi hanno riferito delle grandi cose fatte da Padre Abdo, dello sviluppo conosciuto dalla struttura in quel periodo. L’istituto professionale, quello alberghiero in particolare, e la piscina sono esempi della vivace attività promossa da Padre Abdo.

Dopo il giro all’Istituto professionale io e Lara raggiungiamo Baalbek con tutto l’entusiasmo che questa meta suscita. Per lei è il primo viaggio da sola, è giovane (22 anni) ma il fatto che non si sia mai messa in viaggio se non con i genitori o Fadi, mi stupisce un po’.

Arrivate scorgiamo le rovine in lontananza.. le seguiamo sotto il sole dell’una: tipico. Per ripararmi dal sole decido di prendermi un tipico cappello da turista (contro i miei principi solitamente).

Le rovine di Baalbek mi incantano. Sono immense. Niente che io ricordi assomiglia lontanamente a questo sito archeologico. Rimango estasiata dal Tempio di Giove. Salgo fino all’estremità di una rovina e chiedo a Lara di farmi una foto. Sono felice di essere lì, di leggere di quel posto. Le misure, l’immensità delle rovine, delle 54 colonne di qui solo 6 intatte hanno fatto sì che la gente si chiedesse chi poteva essere l’autore di tutto questo. La leggenda dice che si pensava fossero state costruite dai giganti. A volte le spiegazioni così semplici…

È stato difficile lasciare Baalbek, ma ci aspettavano ancora un paio di visite. Nella piazzetta di fronte alle rovine aspettiamo un prete che riporterà a Jabbouli, subito dopo averci fatto vedere la sua tenuta in campagna, con tanto di piante spontanee di marijuana, che lui cerca di estirpare ma senza alcun risultato, se non quello di vedersele ricomparire. Visitiamo la stalla dove una delle mucche ha partorito la notte prima, il veterinario da lì a pochi minuti avremmo estratto la placenta dalla neo-mamma. Sono cresciuta nella campagna milanese, ma non mi era mai capitato di vedere un vitello appena nato. Dolcissimo e senza alcun coordinamento.

Arriviamo a Jabbuoli, questo centro gestito da suore, accoglie un centinaio di bambini e ragazzi dai 4 ai 14 anni. Al suo interno dispone anche di scuole dalla materna alla media. Il mio obiettivo è quello di raccogliere tutte le informazioni possibili perché al mio ritorno AIB possa valutare se far partire un nuovo progetto a favore di questa struttura.

Nella raccolta di informazioni ci da una grande mano Suora Joseline: parla u po’ italiano perché anche lei, come molte delle persone legate al clero che ho incontrato in Libano, è stata a Roma due anni per studiare.

Serve supporto per la ristrutturazione di alcune sale e per garantire una buona accoglienza a tutti i bambini e bambine che risiedono nel centro e che raggiungono la famiglia ogni due settimane.

 

Dopo aver ringraziato Suora Joseline per il breve ma esaustivo giro del convento, la Madre Generale Sorella Pascale ci accompagna in macchina a Forzoul dove incontreremo Padre Abdo. Il viaggio di circa 2 ore mi permette di dormire e recuperare un po’ di energia.

 

Incontriamo Padre Abdo e ci fermiamo con lui a fumare un po’ di narghilé con il custode dell’Istituto professionale. Buono!

Sono circa le 7 di sera. Ci rimettiamo in macchina consapevoli delle ore che ci aspettano. Non contenti della giornata decidiamo di allungare la strada. Mangiamo un ottimo Kaak (una specie di “sacco” di pane che si riempie di formaggio, marmellata o cioccolato) in un negozietto sulla strada.

Decidiamo di fare un salto a Beirut: in macchina percorriamo Hamra, Ashrafie e Verdun. Arriviamo in Downtown-Solidere. Scendo quando Lara e Padre Abdo mi dicono che sotto un tendone al fianco della Grande Moschea c’è la tomba di Rafiq Hariri. Una tomba interrata in pieno centro di Beirut. L’idea mi sembra quanto meno insolita, se non assurda e bizzarra.

Ma è proprio così: un grande telone sotto il quale un percorso porta dalla tomba di Hariri, ricoperta di fiori, alle tombe delle guardie del corpo morte con lui nel giorno dell’attentato.

Dopo questa curiosa visita sono pronta per svenire sul mio letto. Un’ora di macchina anticipa l’inevitabile conclusione. Bonne nuit.

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Mardi 1 septembre 2009

Mercoledì 19 agosto

 

Sveglia alle 9:00. Ho scritto fino alle due di notte per mancanza di sonno, avevo bisogno di qualche oretta in più la mattina.

 

Chiudiamo il progettino per OPAM, inshallah.

Scrivo ancora qualcosa per il blog e faccio una piccola ricerca sulle ONG presenti sul territorio libanese.

 

A pranzo oggi siamo particolarmente numerosi. A Padre Abdo, Nawal, Odah e Enham si aggiunge anche Lara, l’assistente di Pére Abdo. Si parla, si ride, si gustano i manicaretti di Botros, il mitico cuoco del centro.

 

A questo piacevole repas segue, sfortunatamente, la guida spericolata di Padre Abdo che e ra in ritardo ad un incontro importante. Il digiuno era l’unica soluzione per non vedersi riproporre periodicamente il pranzo fino a sera. Io scendo con Lara e Nawal, passerò il pomeriggio con Lara mentre Nawal andrà a trovare il fratello.

 

La madre di Lara è molto giovane così come Lara, una ventiduenne molto gentile e molto carina. Superfidanzata con Fadi: si sposeranno il 18 agosto 2010.

Ci sono anche i due gemelli fratelli di madre di Lara: suo padre è morto, la madre si è risposata e ha avuto i due gemelli: Antonio e Marita. Sono delle forze della natura, ridono come dei pazzi per qualsiasi cosa. Dei veri habibi (amori).

 

Usciamo a fare una passeggiata. Lara ingaggia un team di cugini che mi illustrano la parte vecchia di Wadi Beankoudain, il suo paese: tradotto in italiano significa “due grappoli”. Uno di loro aveva preparato per una festa di paese un vero e proprio documentario che parlava della storia del paese, degli abitanti e del post terremoto.

 

Stradine in ripida discesa e altrettanto scoscesa salita ci portano ad una chiesetta dove ci fermiamo all’ombra. Questo paese non mi ha incantato, ma sono stata fortunata ad avere un equipe di esperti alle mie spalle.

 

Arriva Fadi con la macchina: viva! Un ragazzo con un bellissimo sorriso, molto gentile. Parla poco il francese, ma Lara è bravissima nelle traduzioni. Fadi ci porta alla maison della famiglia Hariri, non si può entrare è troppo tardi. Mi fanno solo mettere i piedi dentro il cancello per fare una foto. Shukran a Fadi e Lara, sono stati davvero persuasivi.

 

Con Fadi raggiungiamo Padre Abdo, intento a rivedere in una piccola vecchia tipografia le bozze del prossimo numero di Al Nahla, il giornalino di Saint Sauveur.

Lara e Fadi si concentrano sulle partecipazioni di matrimonio. Ce ne sono di tutti i tipi. Lara mi chiede un consiglio, ma devo dire che i gusti libanesi sono molti distanti dai miei. Non credo di aver visto niente che si potesse definire sobrio.

 

Recuperiamo Nawal e Fadi ci riaccompagna a casa di Lara. Ci mettiamo d’accordo per un pranzo a casa sua con tutta la famiglia: per l’occasione mangerò il fatush (insalata verde con pomodoro, cipolla, pane arrostito).

Ritrovo Antonio, che mi salta addosso e mi tira verso la sala. È tempo di imparare l’alfabeto: lezioni di scrittura per l’italiana.

Quando scrivo nel modo giusto Antonio esulta come un pazzo e io piango dal ridere. È delizioso, lo adoro. Cerca di spiegarmi di cosa parla un libro di fiabe che raccoglie dalla sua valigetta, sono avvantaggiata dal fatto che è scritto in francese.

Cerchiamo di leggerlo insieme, non è semplice. Lui mi fa ridere talmente tanto che le lacrime non mi permettono di vedere cosa c’è scritto.

 

Arriva il padre e tutti insieme ci spostiamo tutti in macchina verso il paese. Lì aspettiamo qualche minuto in compagnia dei miei gemelli preferiti, fino a quando arriva Padre Abdo che ci riporta tutte e tre, Nawal, Lara e me, al centro. Saluto l’esilarante compagnia con la speranza di rivederla molto presto.

 

Questa sera si va a letto presto. Domani la sveglia è anticipata alle 5:20 per un programma piuttosto intenso. Mabsouta (felice).

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Lundi 31 août 2009

Martedì 18 agosto

 

Pronta all’avventura, mi sveglio energica e con una buona dose di adrenalina. L’arabo non sarà un problema, i gesti fanno molto.

 

Joseph mi lascia sulla strada per Beirut. Da lì devo solo chiedere per Dawra, il centro da cui partono i collegamenti per il nord del Libano. Sarà mica così complicata.

Mi incammino così da raggiungere l’ombra in caso l’attesa si faccia lunga. Passano diversi van. Nessuno si ferma, di solito lo fanno e ti strombazzano fino a quando non gli dici dove vuoi andare. A questo punto a seconda della risposta ripartono senza dare risposta oppure ti fanno un cenno pressoché impercettibile con la testa e puoi salire, sicuro che ti porteranno alla meta.

 

Si ferma un taxi collettivo con all’interno due persone: chiedo per Dawra, prima non capisce e una volta che gli ripeto dice “Ok, no problem”. Gli chiedo di dirmi quanto viene fino a Dawra, mi dice “do you have time?” bhè dipende. Gli ripeto “Combien?” e lui ribadisce “No problem, no problem”. Salgo con l’intenzione di farmi dire quanto costa la corsa fino a Dawra non appena avrà lasciato gli altri passeggeri. Così appena rimaniamo io e lui sul taxi mi chiede in modo gentile e simpatico di andare davanti: ok, ma mi dica quanto devo pagare altrimenti scendo. Mi sposto davanti e mi accoglie con un bacia mano.

Mi ripete che lui non ha bisogno di soldi, che non ci sono problemi. Mi chiede dove devo andare: Jeita, alle grotte. Dice che mi porta lui senza problemi. Il fatto che quando mi parla si avvicini troppo mi dà un po’ fastidio, mi parla delle sue case a Beirut e mi chiede se voglio fermarmi la notte. Gli dico che sono presso un convento  e che intendo tornare la notte. Inizia ad infastidirmi un po’ e a questo punto non vedo l’ora di essere alle grotte.

Peccato che vada a 40 km/h sull’autostrada, velocità che deduco dalle macchine che ci sfrecciano da tutti i lati, non certo dal contachilometri, fermo a zero.

 

Quando vedo le indicazioni per le grotte e soprattutto il taxi che va nella direzione indicata mi tranquillizzo. Scendiamo verso le grotte, sempre molto lentamente. Arriviamo e mi chiede se voglio che lui aspetti lì o se può andare e poi ci diamo un orario in cui verrà a prendermi. Opto per la seconda soluzione.

 

Prima di scendere però voglio dargli almeno 10.000 LL e quando gli porgo la banconota mi guarda stranito e mi dice “Cosa sono questi?” e io molto ingenuamente rispondo “Mi sembra giusto darla almeno un minimo”. Ed è qui che inizia a gridare dicendo che lui ha pagato 20 dollari solo per la benzina e voglio dargli solo 10.000 LL. Adesso sono davvero fuori di me: gli dico che mi ha ripetuto più volte “no problem, no problem” e adesso invece dei problemi ci sono, o sbaglio? Faccio per allontanarmi da lui e mi afferra il braccio. Gli dico di lasciarlo subito, ma prima che lo faccia devo ripeterglielo e chiamare un addetto alla sicurezza. Il tassista spiega la situazione a quest’uomo che mi dice “c’’est un bon prix, c’est pas beaucoup”. Gli rispondo che non so nemmeno quanto vuole, non me l’ha mai detto. E scopro che mi chiede 30.000 LL. Non ne posso più, gli do i soldi e gli dico che non intendo rivederlo più. Lui si dice dispiaciuto, prende i soldi e saluta.

 

Mi rimane addosso un nervoso che poche volte ho provato. La visita alle grotte non inizia nel modo migliore e non riesco ancora a vedere il lato positivo di questa esperienza, vorrei solo non essere salita su quel taxi.

Prendo il biglietto per l’ingresso alle grotte. Mi metto in fila per prendere la teleferica che porta alla grotta più alta, la più grande. Qui il ragazzo appostato sull’obliteratrice mi vede sola e mi chiede da quale paese vengo. Italia. “Benvenuto”. Il mio umore ringrazia.

 

Sono una della formazione calcarea più spettacolari e grandi del mondo e per questo si trovano diverse locandine in cui si chiede ai visitatori di votare perché diventino una delle meraviglie mondiali.

Nelle grotte non si posso scattare foto, le macchine si lasciano all’ingresso. Entro nella prima: è immensa. Un percorso centrale permette in circa 30/40 minuti di vederla fino in fondo. Fa freddo (22°) ed è molto umido. Le formazioni calcaree sono di tutti i tipi e forme. In alcuni punti si riesce a scorgere il fondo: acqua cristallina e sabbia.

Una volta uscita dalla Grotte Supérieure mi incammino verso quella inferiore fiancheggiando il percorso del trenino che fa la spola tra le due cavità. Una volta entrata, noto che la temperatura è ancora più bassa (leggo 16°), meno umida. La grotta più bassa è aperta solo in alcuni periodi dell’anno, durante l’inverno l’acqua sale fino a coprirla totalmente. Visitiamo la cavità su un piccolo bateau. Immergo subito le mani nell’acqua, trasparente e gelida. Mi piace molto di più questa seconda grotta.

La visita finisce in 15 minuti circa e una volta uscita mi tuffo nei negozietti di souvenir. Faccio qualche acquisto e di buon umore mi preparo per il ritorno. Mi informo prima all’info-point in merito al prezzo di un taxi per arrivare alla route principale per prendere da lì il service che mi porterà a Beirut Cola: 5.000 LL. Bene.

Mi dirigo verso i taxi, chiedo quanto viene fino all’autoroute e dopo una breve consulenza tra sciacalli mi dicono 15.000 LL. Scoppio a ridere e gli dico che mi è stato detto che il prezzo giusto era 5.000 LL. La risposta dell’avido vecchietto è stata “bhè allora aspetta”. I tassisti non sono sicuramente la mia categoria preferita qui in Libano, non che lo siano in Italia.

 

Aspetto, con il vecchietto che ogni tanto mi osserva compiaciuto del fatto che io sia ancora lì. Dopo circa 15 minuti di attesa decido che proverò a farmela a piedi (si tratta di 5 km in salita) nella speranza che qualche anima pia mi raccolga per strada.

Sento qualcuno che chiama, se fosse il vecchietto sarei felice di fargli almeno una linguaccia, ma non mi giro, prosegue come un treno, solo un po’ più lenta. Ma determinata.

 

Mi si para davanti un taxi che sta andando nella mia direzione. Gli dico che devo raggiungere la route principale e gli chiedo quanto mi fa pagare: mi risponde che non vale la pena arrivare alla strada principale, che i servizi non passano. Mi porta lui. Gli rispondo che non ne voglio sapere, sono già stata fregata una volta. Da lì parte un mio sfogo sui tassisti e una sua opera di convinzione. Riesce a scalfire la mia rabbia e facendo affidamento sulla mia stanchezza. Parte anche lui da 30.000 LL, scendiamo a 20.000 LL. Mi porterà a Cola e da lì prenderò il bus per Saida. Una volta fermatami al Gondoline Sweet chiamerò Padre Abdo, nella speranza che qualche anima caritatevole possa recuperare l’italiana alla scoperta delle grotte.

 

Seduta comodamente nel taxi gli spiego cosa mi è successo all’andata. A lui dispiace molto e, nel corso del viaggio, fa di tutto per redimere la sua categoria. I discorsi sul nipote che è stato a Milano e ha fatto sesso con tutte le donne italiane che gli capitavano sotto mano non andava esattamente in questa direzione, ma alla fine sono arrivata sana e salva, nonché esausta, a Beirut Cola.

Ringrazio e salgo sul bus espresso. Chiedo per Goondoline Sweet e la persona che avevo a fianco mi dice che sa dov’è e che mi avviserà. Peccato che dopo 5 minuti di strada si addormenta. Per fortuna all’andata Joseph mi ha fatto vedere dov’era Gondoline e mi sono presa un paio di punti di riferimento per prepararmi a scendere in tempo.

 

In Libano i mezzi non hanno fermate precise, puoi chiedere di farti lasciare dove ti serve e puoi prendere un mezzo sulla strada in qualsiasi punto: la conseguenza sono spesso frenate al limite del disastro stradale quando vedono troppo tardi una persona che aspetta sul ciglio della route.

 

Entro in questa deliziosa pasticceria sul mare. Ci sono dolci di tutti i tipi e in comune hanno il fatto di essere particolarmente invitanti.

Chiedo alla ragazza alla cassa di fare una chiamata (capita spesso che i servizi pubblici offrano la linea a pagamento ai visitatori). Non mi fa pagare.

Nell’attesa dell’anima caritatevole prendo un paio di baklava, una bottiglietta d’acqua e mi siedo su una poltrona di pelle che dimostra tutti i suoi anni. Gusto i dolci, mi rilasso e inizia a salire tutta la stanchezza. Frate Sohel arriva 5 minuti dopo. Una volta al centro svengo sul letto per circa 2 ore. Ne ho proprio bisogno.

La sera la mia esperienza diventata di dominio pubblico. Risate si alternavano a parole di ammirazione.

 

Sono felice di questa esperienza, molto diversa dalle passate in Africa e in China. Ma soprattutto pronta a farne di nuove. Byblos e Tripoli, ishallah.

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Lundi 24 août 2009

Lunedì 17 agosto

 

Oggi è in arrivo un nuovo campo estivo. Nel pomeriggio vado a trovarli, chiacchiero con Andrew, coordinatore dei capigruppo, che mi spiega che ci sono 99 bambini di religione differente e con età compresa tra i 7 e 13 anni. Il campus è gratuito, promosso e organizzato da World Vision per bambini di Beirut provenienti da famiglie non abbienti, ma non solo.

 

I volontari che si prendono cura di bambini e ragazzi sono 40, chi si occupa dell’animazione, chi della cucina, chi delle pulizie. Anche in questo campo si parte con l’intenzione di insegnare ai bambini la convivenza tra religioni e culture diverse.

Conosco Carla, una ragazza molto estroversa e commento con lei il piccolo spettacolino che stanno mettendo insieme sul palco del teatro.

Trovo un sacco di nomi italiani. Il secondo è quello di Giuliano, un ragazzo molto simpatico e solare che si occuperà nel corso del campo di fare foto e report della settimana a Saint Sauveur.

Sono entrambi giovanissimi, l’una 19 l’altro 18 anni. Scherziamo sul compito difficile che si sono scelti, chiedo loro cosa prevede il programma della settimana: due giorni alla spiaggia e il resto giochi, feste a tema, teatro. Mi viene in mente il mio passato in colonia.

Loro non sono nemmeno i più giovani. Gli altri capo gruppo hanno anche 16/17 anni. Tutti volontari. Tutti libanesi.

Il mio pomeriggio passa in modo tranquillo, scrivendo qualche pagina del blog, approfondendo i dettagli del progetto che vorremmo proporre a OPAM. I ragazzi del camp vanno a fare una camminata tra i boschi di Saint Sauveur, io purtroppo (o per fortuna a seconda dei punti di vista) non posso seguirli: non ho il giusto equipaggiamento.

È un gruppo diverso rispetto a quello dei ragazzi giordani: più aperto, coinvolgente. Trovo più affinità con loro. Espressa questa mia opinione a Padre Abdo mi dice che è normale: il gruppo GNRC non era nel suo territorio, erano i primi a sentirsi stranieri.

 

La sera con Padre Abdo e Nawal facciamo una camminata al chiaro di luna. Nel verso senso della parola: spesso manca l’elettricità e soprattutto sul viale che porta al Centro spesso si cammina senza luce se non quella proiettata dalla luna.

Si parla di religione. Del fatto che personalmente non credo alla Chiesa come istituzione. Credo vi sia un unico Dio al quale vengono attribuiti nomi diversi. Non mi riconosco pienamente in nessuno di questi ma mi affido e credo nelle persone, negli animi. Credo nell’uomo che mi ha scovato su facebook, che mi accolta a Saint Sauveur, che ogni giorno mi insegna piccole grandi cose.. e che in questo momento mi ascolta e non mi da torto.

Esprimo tutta la mia soddisfazione nel vedere quanti programmi vengono sviluppati qui in Libano a favore dell’integrazione, della condivisione e della percezione della differenza come ricchezza e non minaccia.

In Italia in questo senso siamo nemmeno agli inizi. E non solo perché in seguito all’immigrazione, è da meno tempo che ci confrontiamo con nuove culture e religioni.

 

Parliamo dell’Islam. Secondo Abuna Abdo l’Islam si professa come l’unica religione giusta. Diversamente da un cristiano, in tutto il mondo arabo e musulmano a un fedele non è consentito convertirsi. In alcuni casi il farlo comporterebbe perdere la vita.

In Libano la convivenza di molte e diverse religioni fa sì che la conversione possa avvenire, ma questo non significa che avvenga in modo semplice e soprattutto che sia accettata dalla società. Padre Abdo mi spiega che questa chiusura è dovuta al fatto che gli stati islamici non hanno il diritto civile, che tutti gli stati musulmani seguono il diritto religioso, nella fattispecie il Corano. Secondo lui occorre che i musulmani diventino, se non cristiani, quanto meno laici altrimenti la loro scarsa tolleranza rischia di opprimere chiunque sia diverso.

Padre Abdo ha un’idea in merito: invece di usare i soldi per le armi occorre usarli per educare alla libertà, alla fraternità e alla giustizia.

 

Una camminata piacevole è il preludio per l’aggiunta di qualche nuova parola al nostro vocabolario e al momento in cui io e Nawal ci diamo la buona notte. Sono un po’ agitata. Domani la mia prima escursione da sola. La mia sola perplessità è che qui parlano tutti arabo.. al contrario di me. Direzione Grotte di Jaita. Inshallah.

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Dimanche 23 août 2009

Sabato 15 e domenica 16 agosto

 

Oggi il programma prevede Saida e Beirut, notte a Jezzine e sveglia per andare al mare! Finalmente..

 

Sveglia anticipata alle 7:00, ormai non ci penso nemmeno più, se non nel primo pomeriggio quando le palpebre salutano nel disperato tentativo di rimanere aperte.

Père Abdo mi accompagnerà al Foyer de la Providence di Salhieh e lì incontrerò Nawal, poi via verso la scoperta di nuove strade, paesaggi, persone.

 

Visito il Foyer e conosco Padre Nicolas, il Direttore. Qui ospitano bambini in case di accoglienza e organizzano le attività scolastiche e ludiche all’interno della struttura per bambini dai 5 ai 18 anni. È un centro sociale che comprende un istituto tecnico, un dispensario, un centro pastorale.

 

Mentre attendiamo l’arrivo di Nawal, ci raggiunge all’ingresso Padre Lambert, arrivato dal Belgio in questi giorni. Chiacchieriamo un po’. Mi racconta che è stato in Libano per 3 anni e che ogni estate torna per qualche settimana al Foyer. Mi chiede cosa ho visto del Libano e mi consiglia assolutamente di vedere Baalbek, Beittedine e Byblos. Sarà fatto.

Gli dico cosa ho visto fino ad ora e nel parlare di Khiam mi chiede “sai vero che Khiam è stato un lager libanese?”. In effetti no. Gli chiedo spiegazioni e mi dice che a Khiam c’era una vero e proprio lager: come i tedeschi avevano fatto con il popolo ebreo così lo stesso popolo ebreo aveva fatto con i libanesi all’interno di questi campi.

 

Il fatto che la storia e le esperienze, positive o negative che siano, dovrebbero servire da insegnamento trova un’atroce eccezione in questo racconto.

Il commento che mi ha colpito di Padre Lambert è che “il popolo israeliano vive da sempre il trauma e la paura di essere eliminato, di  non esistere più. Per questo è sempre in guerra con coloro che ritiene possano nuocere alla sua sopravvivenza”.

 

Aspettiamo un po’. Padre Abdo ha un appuntamento e parte. Aspetto Nawal sulla strada che porta da Jezzine a Saida. Arriva con a fianco un ragazzino, potrebbe trattarsi di un taxi collettivo, ma scopro che si tratta di suo nipote Peter.

 

Bene, con zaino sulle spalle salgo sul taxi e arriviamo a Place de l’Etoile a Sidone (Saida in arabo). Attraversiamo i suk e mi stupisce la pulizia delle strade. Abituata ai mercati di Dakar, queste viuzze senza bucce di frutta e generi vari sparsi per terra, mi colpiscono positivamente.

I programmi cambiano molto facilmente e ci troviamo ben presto alla ricerca di un cellulare usato per il nipotino, che batte i piedi e si lamenta quando la zia non lo accontenta.

 

Intanto io faccio i primi acquisti e nel leggere la guida scopro che a Saida c’è il Museo del Sapone dove vendono l’essenza dell’estate: acqua di rose e acqua di fiori d’arancio. Un breve tour del Museo anticipa nuovi souvenir.

 

Dopo almeno 2 ore di ricerca del cellulare giusto per questo ragazzino di 11 anni, tante pretese e poche parole, torniamo per la terza volta nel negozio in cui ha visto il suo cellulare ideale, di cui entrerà in possesso, nonostante sia troppo caro (40 LL, 20 euro).

 

Tutti felici del fatto che lui abbia finalmente trovato il suo telefonino ci muoviamo più liberamente e visitiamo altre parti di Saida.

Sono distrutta. Il caldo, lo zaino pesante e la stanchezza iniziano a cambiare il mio umore. È tempo di spostarsi e raggiungere Beirut. Ma il simpatico nipotino non è ancora contento: il suo nuovo cellulare è scarico. Gli do il mio.

 

Prendiamo il bus. Non chiedo a Nawal dove arriveremo cosa faremo. Mi basta salire, sedermi e arrivare. Scendiamo a Cola, una sorta di parcheggio dal quale partono i service (chiamano così i mezzi pubblici) per il sud. Per il nord i collegamenti partono da Dowra, in un’altra zona di Beirut.

Prendiamo un taxi e ci fermiamo in una via che non mi parla di Beirut. Chiedo a Nawal dove siamo e mi dice che è la zona dove ci sono dei negozi. La mia faccia a punto di domanda non le arriva. Mi convinco che ogni esperienza inaspettata possa rivelarsi un’opportunità e entro con loro in questo mall dove c’è un po’ di tutto: vestiti, oggetti per la casa, costumi. Forse non era questo il caso in cui mi aspettava un’imprevista opportunità.

Usciamo e chiedo a Nawal dove ci s tiamo dirigendo: da una zia che abita lì vicino perché suo nipote deve ricaricare il cellulare. Ho esaurito ogni tipo di pazienza quindi taccio.

 

E qui si rivela l’opportunità: una sosta, un piatto di verdura e dell’acqua fresca mi permettono di cambiare occhi e recuperare l’energia. Mi sono ricaricata, così come ha fatto il cellulare.. Viva!

 

Spiego a Nawal che sarei felice di vedere Beirut e che non importa se non riusciamo a vedere i negozi. Così raggiungiamo la Corniche, gli scogli dei Piccioni, Downtown, Solidere (il piano di ricostruzione della capitale dopo le guerre) e il punto in cui nel 2005 fu assassinato Rafik Hariri, ex premier del Libano.

 

Nella capitale libanese e soprattutto nell’area di downtown, palazzi nuovi di zecca si alternano a palazzi in cui ancora è possibile vedere i segni della guerra, delle bombe, dei proiettili. Una grande scritta “STOP SOLIDERE” è affissa sull’Hotel Saint George, davanti al quale hanno assassinato Hariri.

I suoi proprietari sono tra quelli contrari al progetto di ristrutturazione denominato Solidere e promosso da Hariri. In alcuni casi infatti gli immobili venivano acquistati dal governo a prezzi stracciati per poi ricostruire. I proprietari dell’hotel si sono rifiutati di vendere e, come risposta, gli è stato vietato di ristrutturare l’immobile.

 

A questo punto sono stremata. Il sole non si è placato e la capitale libanese vanta un tasso di umidità in grado di competere con Milano. Torniamo in taxi a Cola e arranchiamo fino a raggiungere un posto a sedere. Direzione Saida e poi ancora Jezzine: il paese in cui vive Nawal con la sua famiglia e dove ci aspetta la festa di Notre Dame.

 

Nel cambiare bus ci anticipano che non arriverà fino al capolinea perché a Jezzine le strade sono bloccate a causa della festa. Al momento non ci preoccupiamo.

Solo quando vedo salire orde di ragazzine e ragazzini mi pongo qualche domanda. Che festa è? Dev’essere importante? Perché spesso le aspettative non riflettono la realtà, in positivo o negativo che sia? Non trovo grandi risposte e lascio che le riflessioni facciano il loro giro per poi uscire dal finestrino del bus insieme al baccano prodotto dalla ciurma.

Sollevata dall’aria che proviene dallo stesso finestrino e comodamente seduta, mi sento nello spirito giusto per la serata. I miei abiti e il mio fisico meno, ma hanno solo bisogno di una buona doccia.

 

Il bus rallenta. Poi si ferma. Strada bloccata.

Siamo a circa 2 Km da Jezzine e siamo costretti a scendere. Bisogna camminare fino al paese, ma l’aria è fresca e il sole tramontato da un’ora. Maciniamo metri fino a quando arriviamo al posto di blocco in cui sta lavorando il fratello più piccolo di Nawal.

 

Ci incamminiamo verso casa di Nawal. La strada principale è piena di gente. Ci sono bancarelle di qualsiasi tipo: gioielli, cestini di paglia e legno, fanno zucchero filato, kitche, frittelle...

In un gazebo dove fanno cocktail sento hip hop, mi fa sorridere. Nel gazebo a fianco mettono musica dance e nell’altro ancora musica libanese, molto probabilmente Fairouz.

 

Arriviamo a casa di Nawal. Una casetta molto umile in cui appena entrata trovo due divani e un letto. Nella seconda stanza la cucina, uno scaffale in cui sono impilate le provviste e un altro letto. L’ultima stanza è il bagno.

 

Dopo aver fatto la doccia conosco la sorella gemella di Peter, Paula. Molto carina e soprattutto simpatica. Sembra più grande del fratello, lei lo sa.

 

Ci incamminiamo tutte e tre e raggiungiamo presto la folla. Conosco la famiglia di Nawal, i genitori e le sorelle Rita e Rima. Sono tutti molto gentili e sorridenti, mi chiedono se voglio una delle kitche che stanno preparando, non ho ancora mangiato e sono invitanti. Non rifiuto.

 

Adesso una musica sovrasta le altre. Voce femminile. Parole arabe. Si tratta di un vero e proprio concerto dal vivo, di una cantante del luogo piuttosto famosa anche all’estero.

Tutti cantano le sue canzoni. Il pubblico è in parte seduto davanti al palco ma soprattutto ammassato ai lati del palco e dietro. Mi sorprende tutta questa gente, giovani, adulti e anziani, attirata da questa cantante.

 

Camminiamo ancora un po’ e all’una di notte torniamo chez Nawal per dormire.

Una giornata decisamente intensa e provante. Un finale molto divertente con tanto di danza tutta al maschile.

 

Taabane (stanca), raggiungo il letto e svengo.

 

Posticipiamo la sveglia alle 8.30. Colazione a base di mele.

Sono pronta per il mare.. passiamo a salutare la famiglia di Nawal e una serie di amici che sono tutti radunati a casa di Nawal e stanno staccando dai rami lo zatar che verrà poi messo sulle kitche.

Rima, la sorella di Nawal, prova a fare le sue prime crepe. Aspettiamo la princesse Paula, ma soprattutto il principino Peter. Non credo di aver mai visto un ragazzino, più in generale una persona, che sta così tanto tempo attaccato al cellulare.

 

La spiaggia di Saida ci vede arrivare solo alle 12:30 e scopro che per poter tornare a Saint Sauveur alle 14:30 dobbiamo ripartire. Non mi scoraggio e parto con il solo obiettivo di farmi abbastanza bagni da non averne più voglia per qualche giorno: alla fine è da Batroun che desidero tuffarmi.

 

La spiaggia è di sabbia, bollente. Noi saremo sotto il sole nell’orario peggiore, senza ombrellone: quelli presenti e gratuiti sono già tutti occupati.

Dopo 2 minuti di at tesa entro in acqua: caldissima e non particolarmente pulita, ma ormai ci sono e nessuno mi ferma. Mi tuffo, nuoto un po’. Mi giro verso la spiaggia, mi guardo intorno: sono l’unica persona di sesso femminile al di sopra degli 11 anni a indossare un costume a due pezzi.

Non solo. Sono tra le poche a indossare un costume. Le donne musulmane entrano vestite di tutto punto, ma anche le donne o ragazze cristiane indossano pantaloncini e canottiera al massimo. Persino Nawal era la prima volta che indossava un costume intero. “Chiaramente” per gli uomini non c’è alcuna differenza.

Nel raggiungere la doccia mi sento parecchio osservata, da donne, uomini, bambini. Una sensazione che non mi disturba particolarmente, ma che fa nascere alcune riflessioni.

Mi hanno spiegato poi che la spiaggia in cui siamo stata è frequentata in particolare dai musulmani e per questo c’erano poche donne in costume. La cosa mi rincuora e mi riprometto di provare una nuova spiaggia.

 

Tornata dal secondo bagno Nawal mi chiede di spostarci: un ragazzo che dice di essere un poliziotto ha notato che ci sono due siriani che ci osservano e ci consiglia di avvicinarsi a lui. Dubito che lui sia un gendarme come dubito che i due siriani abbiano intenzione di rubarci qualcosa. Per tranquillizzare Nawal ci spostiamo un po’ senza avvicinarci troppo al potenziale sbirro.

 

Il sole è così forte che nemmeno il vento riesce a smorzare il caldo. Terzo bagno e praticamente inzuppati ci rivestiamo pronti per riprendere la strada per Saint Sauveur.

 

Arrivata al Centro mi guardo allo specchio e scoppio a ridere: raramente ho visto la mia faccia e le mie spalle di un rosso così vivo e vicino all’ustione.

Una doccia fresca è l’unica soluzione. Prima di una profonda e lunga dormita..

Labokra (a domani). Y

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Samedi 22 août 2009

Venerdì 14 agosto

 

Alla sveglia e alla colazione a base di frutta (nuovo regime alimentare da un paio di giorni) seguono una serie di mail di Abuna Abdo: cerchiamo idee per il 20 novembre – Giornata Mondiali dei Diritti dell’Infanzia - legate al Progetto GNRC “Learning to live togehter”; svilupperemo un progetto da sottoporre a OPAM per lo sviluppo e lo stimolo della scolarizzazione in Libano.

 

Sono molto felice che Padre Abdo mi coinvolga in ogni cosa possa interessarmi o alla quale crede io possa dare un contributo. La sua esperienza e la sua proattività fanno sì che da una semplice idea si arrivi spesso a sviluppare un progetto, se non addirittura un programma. È molto stimolante avere a che fare con un anima così attiva, indipendentemente dal suo ruolo ecclesiastico.

 

Inizio ad informarmi su entrambi i temi e mi preparo la raffica di domande che farò a Pére Abdo appena saliremo sulla voiture per raggiungere Khiam, nel sud del Libano al confine con Israele: lì passeremo la giornata con Elham e la sua famiglia.

 

Appena partiamo noto delle bandiere e delle decorazioni lungo la strada, chiedo di cosa si tratta e scopro che oggi, 14 agosto, è l’anniversario dalla vittoria del Libano su Israele nel conflitto del 2006. Padre Abdo aggiunge che le istituzioni temono che oggi vi siano degli attacchi da parte di Israele, che approfitti di questa occasione. “La situazione è tranquilla, ma si tratta di un equilibrio fittizio. Siamo in una situazione di stallo considerando che Israele continua a occupare parti del Libano e il partito di Dio di resistenza (Hezbollah) continua ad armarsi per difendersi. Non è stata ancora trovata una soluzione per i Palestinesi ai quali Israele non riconosce finora il diritto di ritornare in Palestina e avere un loro stato” spiega Pére Abdo.

 

Mi sembra pazzesco. Stiamo andando in giro tranquillamente. L’unico segnale di questa tensione, lungo la strada che percorriamo, sono gli svariati posti di blocco.

La raccomandazione di Padre Abdo, ribaditami da Elham in seguito, è quella di non parlare ai militari al posto di blocco, nemmeno rispondere ad eventuali domande, mettere via gli occhiali da sole (che usano solo gli stranieri) prima di arrivare a Khiam.

In questa zona gli stranieri non possono entrare senza permessi speciali. Lo stato d’animo cambia un po’, non si tratta di paura, ma di consapevolezza. La realtà a volte arriva come uno schiaffo, che sono felice di non ricevere.

 

Raggiungiamo a Saida Elham, che arriva in macchina da Beirut con la sorella e il fratello. Elham sale in macchina con noi.

Nel tragitto verso Khiam ci fermiamo lungo un fiume in cui parecchia gente fa il bagno, si tuffa, un pastore fa pascolare le caprette.

Presto ci addentriamo in un paesaggio quasi lunare. Strade strane, quasi assurde. Case qua e là, alcune distrutte e abbandonate altre in ricostruzione.

Una costruzione imponente su una collina cattura la nostra attenzione. Inutile dire che la curiosità non è solo donna: Padre Abdo si fionda verso questa struttura. Chiede ai custodi di cosa si tratta: Istituto per Mutilati di Guerra. Domanda di poter entrare: quando mi presenta capisco di poter parlare e quindi sorrido e saluto in francese. I custodi chiamano all’interno e rispondono prima negativamente. P. Abdo li convince spiegando che è promotore di progetti sociali e di cooperazione dalle parti di Saida. Entriamo.

 

Ci accolgono con la tradizionale gentilezza offrendoci acqua e caffé.

In questo istituto ospitano i mutilati di guerra e le loro famiglia per periodi brevi nel corso del periodo estivo. Non riesco a capire come venga sfruttato nei restanti mesi dell’anno, ma mi risulta difficile credere che non venga utilizzato: si tratta di una struttura nuova, molto grande, composta da diversi bungalow per l’accoglienza degli ospiti, che a causa dei diversi conflitti sono parecchi, soprattutto in questa zona. Ringraziamo per la disponibilità e salutiamo.

 

Ci avviciniamo all’ultimo posto di blocco. Metto via anche la guida e la macchina fotografica. Padre Abdo e Elham salutano. Il militare, un ragazzo giovane non più che 26enne, chiede qualcosa. Pére Abdo risponde. Il militare fa un’altra domanda. Alla risposta perentoria di Padre Abdo passiamo e tiro un sospiro di sollievo.

 

Abuna Abdo mi spiega che alla prima domanda chiedeva l’identità. Alla seconda domandava i nostri documenti. In questo caso la risposta di Padre Abdo è stata “Ma io sono Padre Abdo Raad” e il militare ha deciso che poteva lasciarci andare.

Sangue freddo e esperienza. Se avessimo consegnato i documenti saremmo dovuti tornare indietro: una passaporto diverso da quello libanese, senza relativo permesso, non era ben accetto.

 

Penso.

Al nostro paese, alla libertà, all’abitudine che spesso fa dimenticare i passi compiuti nel corso della storia.

Al paese dei cedri, alla sua storia travagliata, alle restrizioni, all’abitudine che spesso fa vedere i conflitti semplicemente come qualcosa che può capitare.

È davvero tutto relativo in questo mondo, nella vita.

 

Arriviamo a Khiam. Dalla strada per raggiungerlo si vede perfettamente Israele, il confine segnato da una rete di metallo, al di là della quale c’è un vasta e organizzata piantagione di mele, con a fianco l’azienda per il confezionamento e l’invio all’interno dei confini israeliani.

Questo viaggio è di poche ore, ma così intenso da richiedere silenzio.

 

Arriviamo chez Elham.

Ci sono i suoi genitori, suo fratello Ali, le sue sorelle Cabila e Nada e la famiglia di Nada: il marito Mohamad, Carine, Hassan e Ali.

Ci accolgono con grandi sorrisi. Faccio il giro della casa, un duplex: villetta singola su due piani. Hanno iniziato a ricostruirla dalle macerie dopo il conflitto del 2006, a causa del quale si sono rifugiati nella zona di Zahle, nella Valle della Bekaa.

Sembrano racconti di una qualcosa di lontano. Eppure loro l’hanno vissuta. La loro casa era rasa al suolo. I tanto amati fiori di Elham erano scomparsi. Tutto, o quasi, rinasce ora. Con calma, in base alle possibilità.

 

Si inizia ad apparecchiare. E qui trovo la conferma di ciò che avevo letto inizialmente nella guida, non che fino ad oggi non avessi avuto modo di sperimentarlo: l’ospitalità delle famiglie libanesi si traduce nel preparare abbastanza cibo per sfamare almeno il doppio degli invitati. In questo caso credo si raggiungesse il triplo.

Un piacere per gli occhi oltre che per lo stomaco. Un tripudio di piatti libanesi buonissimi. Dal kibi, carne tritata e cruda con olio e origano, al labhne, formaggio molto fresco e un po’ acido, fino a pollo con patatine, riso con pollo e arachidi (delizioso!), involtini di foglie di vite, melanzane e zucchine ripieni di riso. Insalata, torta di zenzero, salse varie, Khebez forn (pane arabo).

 

Cerco di assaggiare poco di tutto ciò che trovo sulla tavola, tralasciando i piatti che avevo già assaggiato. Una delizia. E io che speravo che la cucina libanese non mi piacesse, mannaggia!

Dal “banchetto estivo” allestito nel salone ci si sposta sulle poltrone. Arrivano vassoi (sì, al plurale) di frutta. Stento a riconoscere una pesca nel frutto che mi si presenta con dimensioni quanto meno triplicate rispetto al normale. La mia faccia deve aver tradito il mio sgomento: scoppiano tutti a ridere quando vedono la mia reazione alla vista di quel melone travestito da pesca. E come se non bastasse è pure delizioso! Non si parla di OGM, tutto è coltivato dalla famiglia di Elham nel giardino.

 

Si chiacchiera. Carine parla perfettamente l’inglese ed è felice di poterlo allenare un po’. Il suo sogno è quello di viaggiare per lavoro. Vuole diventare un medico..

Parlo con Nada, sua mamma. La prima domanda in un discorso è sempre “Che lavoro fai?”, a seguire “Quanti anni hai?”, “Sei sposata?”. Nada non rispetta quest’ordine.

Parliamo di quanto sia importante che ognuno abbia il tempo per organizzarsi la sua vita, decidere del proprio futuro. Il matrimonio solo al momento giusto, con quella che pensi sia la tua metà ideale, che poi non significa si riveli perfetto in senso assoluto, ma semplicemente la persona giusta per te, che in un certo senso ti completi.

 

Ci troviamo in tanti modi, molte sue idee rispecchiano il mio modo di pensare. Sono felice di potermi confrontare con una donna aperta che conferma ciò che ho sempre pensato: in ogni famiglia, villaggio, città, nazione ci sono mentalità molto diverse tra loro. Chiuse o aperte al confronto.

Carine è molto fortunata ad avere Nada come mamma e sono convinta anche del contrario.

Sarei felice di accogliere Carine e la sua famiglia nella mia piccola dimora di 55 mq e non escludo che per la piccola grande dodicenne la cosa possa davvero avverarsi.

 

Il mio stomaco giura vendetta per eccesso di cibo introdotto, ma è senza dubbio soddisfatto della qualità. Ci aspettano più di due ore di viaggio quindi a fine pomeriggio iniziamo a salutare.

 

Nel corso del pomeriggio mi sono fermata più volte a guardare le persone che mi circondavano. Mi sono sentita fortunata. Di essere lì. Di condividere il tempo, le risate, i discorsi con questa meravigliosa famiglia.

 

I miei occhi a forma di pesca devono avere commosso tutta la famiglia: 3 enormi prototipi di pesca-melone sono il mio apprezzatissimo souvenir della giornata. Finiti i saluti rimontiamo in macchina e la sensazione è così piacevole che scende qualche lacrima di gioia. Sono fatta così.

 

Padre Abdo si era fatto spiegare la strada per raggiungere il confine e da lì ripartire in direzione Saida. Aveva scritto tutto su un foglio.. che non ci ha seguito. Ma la fiducia nel nostro spericolato driver non è stata minimamente scalfita da questa piccola defaianace.

 

Percorriamo la strada che segna esattamente il confine con Israele. Vediamo la piantagione di mele da vicino. Alla vista del paesaggio si alterna la vista di cararmati dell’UNIFIL (Forza di Intermediazione delle Nazioni Unite in Libano).

Ritengono questo spazio pericoloso. Era qui e in tutta la vallata su cui si affaccia Khiam, che si consumava la guerra, la devastazione.

Ci fermiamo in un punto panoramico. Padre Abdo mi indica il Monte Ebron: è il monte della trasfigurazione di Gesù Cristo, mi spiega Abuna Abdo, e si trova sulla confine di questi quattro paesi. Si racconta, e ci spera, che un giorno Israeliani, Libanesi, Siriani e Palestinesi si troveranno su quel Monte per decidere come vivere in pace e in condivisione.

Un pensiero, un’immagine che mi accompagneranno per molto tempo, non solo in Libano.

 

Il viaggio di ritorno si rivela un piccolo e divertente pellegrinaggio da diversi amici di Pére Abdo, alcuni facenti parte dell’UNIFIL.

IN attesa di ripartire in direzione Saint Sauveur seguiamo una piccola processione, con tanto di fuochi d’artificio finali, verso la Chiesa di Ain Ebel. Domani è ferragosto o meglio il Giorno dell’A ssunzione della Vergine Maria. Non credo di aver mai visto tante chiese in vita mia.

 

Dal momento in cui siamo risaliti in macchina per raggiungere Saint Sauveur mi è risultato difficile proferire parola.

 

Penso.

A ciò che ho visto. Alle parole che ho sentito. Alle case che non ci sono più e a quelle che torneranno ad esserci.

Una giornata che rimarrà impressa nella mia memoria e che sarebbe qualcosa da raccontare ai propri figli. Se mai ne avrò spero la ascolteranno.

 

Una giornata sul confine. Nella terra di guerre create dallo spirito autodistruttivo dell’uomo.

Libano e Israele, così vicini eppure così distanti.

Mi concentro sul Monte Ebron.

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Mercredi 19 août 2009

 

Mercoledì 12 e giovedì 13 agosto


Due giorni di pausa.

Apprezzo il vento, la calma, il silenzio del Centro San Sauveur. Scrivo le mie prime pagine del blog e avviso famiglia e amici che se vogliono possono tenersi aggiornati sui miei giri tramite queste parole, frasi, pensieri.

Inizio a conoscere Odah e Enham, le donne che si occupano di tenere questo immenso centro in ordine. Gentili, sempre disponibili e molto premurose. Le donne libanesi sono deliziose. Gli uomini anche, alcuni un po’ antipatici (qui Padre Abdo riderebbe fragorosamente).

Riesco ad avere una connessione: Padre Bado è avantissimo con la tecnologia.. d’altronde mi ha scovato lui su Facebook!


La sera prima come un piccolo Mac Gyver ha trovato il modo di creare un adattatore per la mia presa. Solo oggi, ahimè, frugando negli armadi trovo una prolunga perfetta. Non me la sento di mandare “a ramengo” i suoi sforzi quindi uso ancora per un po’ la sua creazione..

Faccio un giro con Nawal nella biblioteca. Vedo i laboratori di chimica. Le aule hanno bisogno di una buona ristrutturazione: banchi, sedie, porte sono in uno stato quantomeno precario.


Nel fare qualche ricerca su Google leggo che stasera (12 agosto) ci sarà una pioggia di stelle (le Perseidi) e mi accorgo di essermi dimenticata della notte di San Lorenzo. Adoro aspettare di esprimere un desiderio alla vista di una stella cadente.

Mi ripropongo di sdraiarmi davanti al Convento questa notte e snocciolare qualche sogno nel cassetto.


Intanto scrivendo, cercando, googlando passa il tempo e arriva il tramonto: roseo, fresco e arioso. Vado sul mio muretto. Leggo, chiudo gli occhi e penso. A me qui. A me in Senegal l’anno scorso. Sorrido e lascio che il vento porti via i pensieri perché ne arrivino di nuovi.


Con Nawal iniziamo a redigere un piccolo vocabolario Arabo/Italiano che rimarrà ad entrambe. Molto divertente, a tratti un po’ demoralizzante. È una lingua molto diversa, in ogni senso. Molto bella, melodica ed esteticamente affascinante.

 

Finite le prime parole (buongiorno, buonasera, benvenuto e i numeri), mi sdraio come promesso sotto le stelle prima in compagnia di Nawal, che ne becca subito una, poi da sola.

 

Totale desideri espressi: 5 o 7 … ne ho viste parecchie, alcune lunghissime e molto visibili, credo di aver perso il conto a un certo punto. Aspetto che si avverino, con calma, al momento giusto. Uno credo sia già in arrivo. Inshallah.


Il giovedì prosegue un po’ lento. Inizio ad accusare la sveglia quotidiana alle 7:30. Dopo pranzo mi accascio sul letto.

Svegliatami un po’ appannata decido di iniziare a leggere un nuovo libro, primi di rimettermi a scrivere. Lo finisco in giornata, interessante.


La sera arriva un invito inaspettato (adoro gli imprevisti) di Padre Abdo. Facciamo una visita, insieme a Nawal e Padre Elias Majo al Convento di Deir el Saidi, dove risiede Pére Michael, una persona molto gentile e simpatica che abbiamo conosciuto io e Nawal durante una camminata nelle ore precedenti.

Il convento, in cui si organizzano ritiri spirituali e seminari religiosi, è a pochi minuti di macchina da Saint Sauveur e come St. Sauveur, è un posto magico, sereno, meraviglioso, circondato dal verde.

Salutiamo Pére Michael, che abbozza qualche parola in italiano, anche lui come Abuna Abdo ha passato un periodo di studi a Roma.


Prima di entrare Pére Abdo, Nawal ed io facciamo una camminata in ripida discesa (con conseguente salita) che ci porta ad una piccola chiesa, molto bella. Abuna Abdo intona un canto e i muri gli rispondono amplificando armoniosamente il suono. Provo una bellissima sensazione di pace.

 

Padre Abdo ci spiega che accanto alla chiesa c’è un Padre eremita che rimarrà per 50 giorni in ritiro spirituale. Contro ogni mia aspettativa Padre Abdo bussa alla porta per vedere se la persona che ha deciso di ritirarsi in solitudine per 50 giorni apre.

Ci fa entrare. Ai miei occhi un ambiente semplice e magico. Domando come vive, in cosa consiste l’esperienza di un eremita. Isolamento totale (se non per aprire la porta in rare occasioni a colleghi del clero). Niente comunicazioni con l’esterno. Lettura della Bibbia. Meditazione. Bere acqua e mangiare solo prodotti che offre la natura circostante.

Affascinante, non credo riuscirei per 50 giorni almeno non in questo momento.

Padre Abdo chiede se può dire una preghiera. La canta.

Ci congediamo.

 

Riprendiamo il nostro cammino, ora in salita ahimè. Si sentono degli ululati: Padre Abdo si assicura che siano lupi chiedendo ai diretti interessati che chiaramente rispondono in modo affermativo.

Sono sempre più convinta che alla carriera ecclesiastica avrebbe potuto sostituire con grande successo quella di cabarettista.

 

Un po’ affaticati (pensavo peggio in effetti) arriviamo al Convento. Entriamo. Incuriosite io e Nawal facciamo un giro della struttura. C’è tanta storia anche qui. Gli ambienti sono caldi, l’atmosfera è accogliente.

 

A cena gusto nuove pietanze, una specie di puré speziato. Un riso con la carne molto buono. Dei deliziosi fichi d’india completamente sbucciati da Padre Elias Majo che passa i primi minuti della cena a cercare di togliersi le spine rimastegli sulle mani.

All’abbondante cena segue una bella camminata. Non più per il sentiero scosceso, ma avanti e indietro nel piazzale su cui si affaccia il convento.

Pére Michael, Fadi (un insegnante di catechismo), Nawal ed io facciamo una ventina di vasche mentre si parla dell’Italia, Fadi dice che vorrebbe venire in Italia e chiede se ci sono donne per lui. Rispondo di sì, è pronto per partire.

 

Finita la camminata torniamo a Saint Sauveur.

Luoghi splendidi e sconosciuti.

Una serata fresca tra il verde e i lupi.

Una buona cena.

E come sempre… una compagnia speciale.
Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Mardi 18 août 2009

Martedì 11 agosto

 

Chi ben comincia è a metà dell’opera. Per questo dopo una buona colazione io e Pére Abdo ci troviamo per condividere un programma di massima che mi permetta di conoscere lui e ciò che fa, di visitare il Foyer de l’Amitié, presso cui AIB ha attivato le adozioni a distanza, di incontrare i bambini quando torneranno dalle vacanze e “last but not least” capire come posso essere d’aiuto e quali sono le aspettative reciproche.

Le pagine di questo blog sono partite proprio da questa discussione. Un modo come un altro per far si che chi lo desidera venga a contatto anche se virtuale con la realtà sociale libanese e l’esperienza di una volontaria AIB in questa terra.

Si è parlato dei bambini, alcuni dei quali adottati da sostenitori AIB in Italia, di come funzionano le adozioni a distanza, di ciò che sarebbe felice di sviluppare. A questo proposito, al programma si aggiungerà la visita ad una terza struttura che potrebbe essere interessante includere nel progetto delle adozioni a distanza.

 

Padre Abdo è un piccolo grande vulcano di idee, tanto che a volte si rischia di perdere il filo. Rapporti con l’Ambasciata Italiana, la Brochure, il blog del Centro Saint Sauveur, la Biblioteca.. queste solo alcune delle aree nelle quali mi dice ci sarebbe bisogno di una mano.

Inizio con il blog, mi sembra un’ottima idea, considerando che si tratta di una cosa che faccio solitamente nei miei viaggi, mai via web. Adoro scegliere in ogni viaggio il diario su cui appuntare pensieri, riflessioni o semplici indirizzi. Le pagine scritte a mano hanno sempre il loro fascino..

 

Faccio un giro con Padre Abdo nel dormitorio in cui grazie ad Aiutare i Bambini sono stati sostituiti armadi vecchi e fatiscenti con nuovi arredamenti, letti in ferro arrugginito con letti in legno, comodini. Faccio le foto che mi serviranno poi a documentare parte dei progetti all’associazione, una volta tornata.

A pranzo ci fa compagnia una cara amica di Padre Abdo: Elham. Ridono e scherzano intensamente. Lei mi sembra molto simpatica. Padre Abdo mi accenna che subito dopo pranzo si parte per Kaftoun (al nord): alcuni amici francesi non potendo essere in Libano gli chiedono la cortesia di presenziare a un funerale e di portare le loro condoglianze per l’andata in cielo di Suor Antoinette. Lo so.. è già la seconda volta che si parta di “andata in cielo”, eppure l’indice di mortalità non è molto alto in Libano.

 

Partiamo su due macchina separate e scopro che Elham verrà con noi. Sono contenta, sarà un’ottima compagnia! Ne ho la conferma dopo pochi minuti: in macchina una volta insieme si ride fragorosamente e la cosa strana è che mi metto a ridere con loro anche se parlano arabo e quindi non capisco un bel niente di ciò che dicono! Ma si tratta di una coppia di amici molto affiatata, ridono in modo molto contagioso.

La strada per Khaftoun si rivela sconosciuta ai più.. in particolari ai temporanei abitanti di questa Mitsubishi 4X4. Non ci perdiamo d’animo, chiediamo anche ai sassi e finalmente arriviamo nella caldissima valle in cui si trova una chiesetta sperduta, la nostra meta. All’inizio di una lunga e ripida discesa costeggiata da una fila illimitata di macchine, si trova un militare. Sembra dirci che non si può scendere in macchina. Bene!

Con mio profondo dispiacere, considerando il caldo soffocante del posto e soprattutto che ad una lunga e ripida discesa segue una lunga e ripida salita, lasciamo la macchina per prendere il sentiero.

Ed è quasi all’inizio dello scosceso sentiero che si ferma al nostro fianco un pulmino rosso tipo famiglia Bradford, ma molto più rumoroso. Qualcuno deve aver ascoltato le mie preghiere.. è la navetta che porta gli sventurati alla chiesetta di Khaftoun e da lì alle macchine. Un angelo travestito da giovane e sudato ragazzo libanese. Dopo essersi districato abilmente, ma non senza grattare le marce e inchiodare più volte, tra le macchine parcheggiate su entrambi i lati, iniziamo la discesa. Arrivati alla Chiesa sembra fare anche più caldo, sempre che sia possibile. Infatti non capisco come Padre Abdo riesca sopportare l’aggiunta della sua veste nera alla camicia. Mi chiedo se sia di un tessuto che nonostante nero rifletta il sole, o se sia equipaggiata di meccanismi refrigeranti a me sconosciuti. Chiederò al diretto interessato, anche se conosco già la risposta che mi darà..

Pére Abdo entra in chiesa, io e Elham, di credo musulmano sciita, rimaniamo fuori dalla chiesa. Pur essendo all’ombra il caldo non passa. Se l’udito non ci tradisce – e mi chiedo se esistono, come i miraggi per la vista, illusioni uditive causate dal caldo eccessivo - sentiamo il rumore di acqua corrente, un ruscello forse.. Lo seguiamo e presto ci troviamo ad immergere le mani in questo piccolo, ma ricco torrente che costeggia la chiesetta.

Ci sediamo, ci rinfreschiamo mentre Elham mi racconta della guerra del 2006 vissute in prima persona. È in quel periodo che ha conosciuto Padre Abdo, che ha dato accoglienza a lei e alla sua f amiglia rifugiatasi in seguito al conflitto.

Mi parla di ciò che c’era, i fiori che lei adora, e che non c’è più. Piano piano stanno ricostruendo tutto a Khiam, nel sud est al confine con Israele. Elham è insegnante di filosofia e psicologia alle superiori e nei mesi estivi ama trascorrere il tempo nel sud, nonostante sia un po’ pericoloso. “Se uno deve vivere con la paura allora non ha senso vivere” mi spiega “Ci si fa l’abitudine e si va avanti”.

Pazzesco. Rimango ad ascoltare non credo potrei trovare delle parole per commentare le atrocità della guerra. Mi ritengo fortunata di non avere avuto esperienze dirette.

Mi dice che venerdì sarebbe felice di avere Padre Abdo e me a pranzo a Khiam con tutta la famiglia. Ne sarò felicissima.

La messa finisce e alla ricerca di Padre Abdo ci imbattiamo in diverse suore completamente coperte in nero.. e i miei dubbi in merito al tessuto refrigerante trovano nuove potenziali conferme.

Trovato il nostro Padre preferito aspettiamo in vano la navetta che parte e torna carica di gente. Va bene, questa volta si fa a piedi. Avrei fatto cambio del ritorno con l’andata, ma non mi è stato chiesto.

I primi passi sono sempre i più semplici. Dopo i primi dieci non parlo più e non è questione di discrezione o di una qualche spirituale adorazione del silenzio.

E proprio quando Elham si ferma per fare una piccola pausa per prendere fiato, una macchina si ferma e un nuovo angelo, questa volta travestito da libanese barbuto di mezza età, ci chiede se vogliamo un passaggio fino alla macchina. Inutile che io vi dica come siamo arrivati al nostro veicolo refrigerato.

 

In macchina leggo po’ di quello che la mia guida dice di quei posti. Batroun, il Festival di cui avevo visto, in effetti, i manifesti mentre chiedevamo la strada all’andata.. ma soprattutto LA LIMONATA. Ed è qui che credo si aver scatenato la sete dei miei compagni di viaggio che decidono sia giusto che l’italiana di Milano assaggi la famosa limonata di Batroun!

Per arrivare alla limonata abbiamo vist o un po’ di Batroun, molto carina, siamo stati a 3 metri di altezza dal mare con il fortissimo desiderio di tuffarci e sul palco del Festival mentre sfacevano le prove per la serata. Uno splendido borgo mi verrebbe da dire, anche se credo sia molto più grande.

La limonata si rivela molto dolce, ma comunque fresca e piacevole. In attesa della limonata Padre Abdo fa un giro nella chiesa di fronte al bar e ci trova due italiani, i primi due dal mio arrivo. Sono di Roma, accompagnati da una guida del posto. Si parla della percezione della situazione libanese in Italia: è capitato anche a me quando ho detto che sarei stata in Libano. Il primo pensiero è la guerra.

Il nostro compito (mio e dei romani) secondo Padre Abdo dovrebbe essere proprio quello di promuovere il ritorno del turismo italiano in Libano. Nel nostro piccolo credo lo faremo sicuramente.

 

Torniamo in macchina. Stanchi ma soddisfatti, io in particolare, ma credo anche i miei due compagni di viaggio che non avevano mai visto Batroun ne tanto meno assaggiato la sua dolcissima limonata!

E un po’ come quando non si vorrebbe mai che la giornata finisse arriviamo a Beirut. Prendiamo un falafel, una specie di piadina con dentro di tutto: verdura, salse, ceci, fave.. UNA BOMBA! Elham ci ospita in casa sua, mangiamo il falafel, gustiamo una caffè, parliamo e verso le 11 salutiamo e ringraziamo per l’ospitalità.

Bella giornata. Ottima compagnia. Una nuova persona che vorrei festeggiasse con me, Padre Abdo e Nawal il mio compleanno.

 

Distrutta, non confusa, e felice vado a letto. Bonne nuit. Y

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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Lundi 17 août 2009

Lunedì 10 agosto

La sveglia alle 7:30 mi trova non particolarmente pronta. La colazione in compagnia di Monsignore Qais Sadiq, Nawal e Padre Abdo è “knafi”: una specie di pane “arabo”, forse più simile alla nostra spianata, farcito con formaggio zuccherato. Un inizio piuttosto energico, insomma.

 

Anche oggi approfitterò del programma previsto da GNRC e mi accoderò al fantastico gruppo. Prima breve tappa, il Castello Moussa: realizzazione dei desideri del signor Moussa, che da bambino venne picchiato dal maestro per aver espresso il sogno di vivere in un castello e tributo a una donna di nome Saideh, che lo avrebbe sposato solo se abbastanza ricco.

In realtà sembra una costruzione in stile Gardaland, con ponte levatoio e statue di cera meccanizzate che riproducono la vita tradizionale libanese e la scena in cui il maestro lo picchia per tarpare i suoi sogni. Maestro che non ha vissuto abbastanza a lungo per vedere come i sogni di qualsiasi bambino possano avverarsi.

Un po’ kitsch, ma divertente quando una volta finito il giro, il mitico signor Moussa ci accoglie per un caffé e canta per noi dandoci il benvenuto nel suo castello.

 

Seconda tappa: Moukhtara, capitale della regione dei Monti Chouf. In particolare un incontro con la curatrice di un Centro Sociale per adolescenti per presentare il progetto GNRC e confrontarsi con i ragazzi del paese. Il gruppo guidato da Monsignore Qais Sadiq spiega di cosa si tratta il programma, i ragazzi sono sempre molto attivi, partecipativi e desiderosi di un confronto anche con i ragazzi del posto, che inizialmente si mostrano un po’ restii. È molto bello vedere come le nuove generazioni siano aperte, propositive e attente, al contrario di quanto spesso viene espresso dal banale e generalistico senso comune.

 

Moukhtara è anche la residenza della famiglia Jumblatt, il cui palazzo in pietra risalente al XIX secolo domina la città e diventa la nostra terza tappa della giornata. Tre edifici, un giardino con cascate e piscina ornamentale e un hammam. Questa la maison di Walid Jumblatt, leader dei drusi – religione emanazione dell’Islam sciita caratterizzata da segretezza e chiusura verso altri credo – e della sua famiglia. Un giro veloce e una pausa nel salone pieno di ritratti di famiglia, anticipano la nostra partenza per St. Sauveur, dove i ragazzi prepareranno le valigie per la partenza l’indomani verso Marjayoun. Martedì e mercoledì visiteranno il sud e visiteranno la base dell’UNIFIL.

 

Prima della partenza ci porta in una biblioteca nel paesino di Joun. Qui incontriamo diversi ragazzi e dopo il rito di accoglienza (bevanda e dolce) si parla di GNRC, di ciò che fanno loro per la comunità. Di ciò che fa Père Abdo con e per i bambini a Saint Sauveur e al Foyer de l’Amitié e ciò che viene fatto anche in Italia.

Segue una breve visita a ciò che è rimasto della casa di Lady Hester Stanhope, eccentrica avventuriera inglese di stirpe reale, stabilitasi a Joun dopo aver intrapreso un viaggio nel Medio Oriente. Padre Abdo vorrebbe avviare un progetto per la ricostruzione di questa struttura da dedicare a un centro culturale.

 

È stato molto piacevole essere la “grande mascotte” del gruppo, nonostante spesso la lingua araba fosse un impedimento.

Partiranno domani e nell’indecisione sul seguirli o meno per i prossimi due giorni, penso al ruolo che potranno avere in futuro questi ragazzi.

Auguro a tutti loro di tenere questi incontri, questa esperienza come base per la loro vita così che ciò che hanno ascoltato e le persone che hanno incontrato possano rivivere nei loro racconti e nella loro attività nella direzione di “Learning to leave together“. Bonne chance.

 

Shukran a tutti i ragazzi, in particolare al mio traduttore preferito, e a Monsignore Qais Sadiq per la pazienza e la generosità.

Par Abdo RAAD - Publié dans : Nouvelles
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